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	<title>diploD &#187; investimenti</title>
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	<description>by Davide Del Monte</description>
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		<title>Ma tu hai il CED o l&#8217;ICT?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 05:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Davide]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ICT]]></category>
		<category><![CDATA[ced]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Può sembrare una domanda banale.. ma sotto nasconde la visione che l'azienda ha maturato rispetto all'impiego delle tecnologie IT.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Può sembrare una domanda banale.. ma sotto nasconde la visione che l&#8217;azienda ha maturato rispetto all&#8217;impiego delle tecnologie IT.</p>
<p>Il <strong>CED</strong> lo conoscono tutti: <em>Centro Elaborazione Dati</em>. L&#8217;acronimo <strong>ICT</strong> che è? <em>Information Communication Technology</em>. Quando devi spiegare chi sei e dove lavori, lo nomini e magari qualcuno ti guarda storto.. qualche secondo di attesa, capisci, esclami &#8220;CED!&#8221;. &#8220;Ah.. al CED! Mamma mia..&#8221;.<br />
Vi sono aziende che hanno la consapevolezza tale per sfruttare l&#8217;ICT come <strong>traino all&#8217;innovazione</strong>. Che investono in tecnologie informatiche proprio come si fa con la ricerca, che testano, sperimentano, abbandonano o si aprono alle tecnologie SOA. Altre che invece faticano a comprendere, tutto ciò che sta sotto a quel centro di costo è <strong>solo un costo</strong>, nulla più, e come tale va mantenuto basso. <strong>La differenza tra costo e investimento è enorme</strong>, proprio come quella tra CED e ICT.<br />
Non vorrei banalizzare, non è sempre così, spesso magari è colpa solamente di un rettaggio tutto italiano: di quella cultura che vorrebbe il dialetto nelle scuole al posto dell&#8217;inglese. Però il dubbio resta.</p>
<p>Di certo l&#8217;Italia non brilla per gli investimenti in ICT, riporto un estratto dell&#8217;analisi svolta dall&#8217;Osservatorio SMAU &#8211; School of Management di Milano, condotta su circa 1200 imprese, con un numero di addetti compreso tra 1 e 500.</p>
<p><span id="more-891"></span></p>
<blockquote><p>L’Osservatorio SMAU &#8211; School of Management di Milano ha realizzato, nel corso del 2009, una ricerca nazionale in collaborazione con SMAU, finalizzata a “radiografare” lo stato di utilizzo delle ICT da parte delle imprese locali, in particolare di piccole e medie dimensioni.<br />
Sono state quindi analizzate circa 1.200 imprese, con un numero di addetti compreso tra 1 e 500, con l’obiettivo di misurare il livello di evoluzione nell’utilizzo delle ICT &#8211; sintetizzato nel concetto di Maturità ICT &#8211; da parte delle piccole e medie imprese italiane, in termini sia di infrastruttura (Maturità infrastrutturale) che di patrimonio applicativo (Maturità applicativa). Un’impresa matura dal punto di vista ICT dispone di un’infrastruttura completa e affidabile, predisposta all’evoluzione, e di un patrimonio applicativo in grado di supportare tutti i principali processi aziendali in modo integrato.<br />
Rispetto alla precedente ricerca dell’Osservatorio, realizzata nel 2007, negli ultimi due anni si è assistito a un aumento del livello di Maturità ICT delle PMI italiane: in particolare, le imprese “Lungimiranti”, che stanno utilizzando in modo “evoluto” sia l’infrastruttura ICT che il parco applicativo, sono passate dal 12% al 17%, mentre si è ridotta la percentuale di imprese “Immature”, in cui il supporto informatico è ridotto alle attività essenziali e in alcuni casi completamente assente, passando dal 42% al 34%. E’ il segnale che, in media, la sensibilità delle PMI italiane rispetto all’utilizzo delle ICT è cresciuto negli ultimi anni.<br />
Vediamo, più nel dettaglio, il livello di evoluzione nell’utilizzo delle ICT da parte delle PMI di alcune delle regioni italiane intressate dall’analisi.<br />
La Lombardia è la regione con la maggiore presenza di imprese “Lungimiranti”, con una percentuale pari al 30%, e in cui è più elevata la spesa IT per addetto, pari a circa 1.100 Euro.<br />
Il Veneto presenta una percentuale di imprese “Lungimiranti” pari 22% mentre solo solo un’impresa su 5 è “Immatura”.<br />
In Emilia-Romagna circa il 20% delle imprese utilizza le ICT in modo evoluto, a fronte di una spesa IT per addetto pari a circa 1.000 Euro.<br />
Infine, la Puglia è caratterizzata da una certa presenza di imprese “Immature” (52%), mentre solo il 12% delle PMI utilizza le ICT in modo evoluto. Anche la spesa IT per addetto, pari in media a 460 Euro, mette in evidenza il distacco ancora rilevante rispetto alle regioni settentrionali.<br />
Nonostante l’aumento del livello di Maturità ICT, gli effetti della crisi, si sono fatti sentire: nel corso del 2009, solo il 38% delle PMI analizzate ha dichiarato l’intenzione di sviluppare progetti ICT “rilevanti” nel corso del 2010, una percentuale che due anni fa superava il 50%.<br />
Se guardiamo alle tipologie di progetti ICT che le PMI italiane hanno intenzione di realizzare nel corso del prossimo anno, dall’analisi sono emersi tre ambiti principali:</p>
<ul>
<li>la sostituzione del sistema gestionale &#8211; o almeno di una sua parte – che, per la maggior parte delle PMI, continua a rappresentare l’applicazione più rilevante a supporto del proprio business;</li>
<li>l’introduzione di applicazioni per la dematerializzazione e la conservazione sostitutiva dei documenti, sulla spinta delle recenti normative relative alla fatturazione verso la Pubblica amministrazione;</li>
<li>l’adozione di sistemi di comunicazione “avanzati”, con l’obiettivo principale di ridurre le spese di comunicazione e di gestione dell’infrastruttura di comunicazione.</li>
</ul>
<p>[Raffaello Balocco, Andrea Rangone - Politecnico di Milano]</p></blockquote>
<p>Quindi in Italia si spende ancora poco in ICT? Pare.. di certo la crisi non ha fatto bene. Mi hanno però stupito le parole di Angelucci, presidente <a title="Assinform" href="http://www.assinform.it" target="_blank">Assinform</a>, che in occasione della presentazione dei dati riguardanti il mercato ICT italiano dichiara:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo essere consapevoli che dietro questi dati vi è la crisi di un settore come l&#8217;IT, che con le sue 97.000 imprese e 390.000 addetti, costituisce una delle più rilevanti realtà industriali del Paese e uno dei primi settori dell&#8217;Information Technology in Europa. Quarto per produzione di valore aggiunto, pari al 2,8% del Pil, è il settore economico che, in Italia, vanta il primato di occupati laureati: pari al 30% dei suoi addetti, presentando il più elevato rapporto capitale umano per unità prodotto. Questi numeri rivelano che esiste un made in Italy tecnologico, con un rilevante peso economico e culturale nel Paese, al quale, tuttavia, non corrisponde altrettanto peso politico. Ma l&#8217;IT che licenzia significa perdita di cervelli e di alte professionalità; il taglio di spese e investimenti in tecnologie informatiche significa arretramento nel processo di modernizzazione, abbassamento delle capacità competitive e di reazione dell&#8217;intera economia. Perciò, considerata l&#8217;estrema pervasività delle tecnologie informatiche, l&#8217;impatto della crisi che investe l&#8217;Information Technology va valutato ben al di là dei perimetri del settore, come un impoverimento qualitativo dell&#8217;intero Paese</p></blockquote>
<p>Quarti in Europa? Umh.. Quindi, forse, qualche speranza c&#8217;è. Sono <strong>ottimista</strong>!</p>
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