Tra convegni e presentazioni

Pubblicato da Davide, Aggiornato lunedì 31 marzo 2008 3 Commenti »

Questo articolo e' stato scritto piu' di 6 mesi fa.. In teoria non cambia nulla, sed panta rei: se trovi link o informazioni datate segnalalo pure. :)

Gli ultimi giorni li ho passati di corsa, ancora non avevo trovato il tempo per tirare le somme circa due incontri ai quali ho partecipato. Il convegno sull’enterprise 2.0 a Milano e la presentazione del libro “Open. Modelli di business per l’innovazione” a Firenze.

Il 12 Marzo, presso il politecnico di Milano, ero al convegno organizzato dall’osservatorio Enterprise 2.0. Al termine è stato consegnato a tutti i partecipanti il rapporto 2008 che evidenzia i risultati delle ricerche dell’osservatorio.

La Ricerca ha previsto lo sviluppo di 70 studi di caso di imprese e Pubbliche Amministrazioni tra le più significative del nostro Paese, nonché l’analisi delle strategie tecnologiche dei principali vendor di tecnologia. Infine è stata realizzata una survey che ha coinvolto 65 Chief Information Officer (CIO) e ha permesso di comprendere la visione che i responsabili della direzione Sistemi Informativi hanno di questo fenomeno e dei suoi possibili impatti sul ruolo del CIO e, più in generale, sulla Governance dell’ICT all’interno dell’organizzazione.

La parte più interessante è stata senza dubbio quella di presentazione della ricerca, da parte di Mariano Corso e Stefano Mainetti. Una presentazione curata e ricca di spunti, che evidenzia il fiorire di bisogni emergenti da parte dei “lavoratori” di oggi: appartenenza aperta, social networking, conoscenza in rete, collaborazione emergente, riconfigurabilità adattativa, global mobility.
Definizioni che probabilmente dicono poco se lette così in fretta, ma che sono esaustivamente trattate e approfondite nel report, liberamente scaricabile da qui previa registrazione. Oltre a questa ricerca, dal sito è possibile avere accesso anche agli altri report riguardanti i convegni passati. Materiale interessante.

Nella seconda parte della mattina sono stati presentati diversi casi aziendali. Alcuni decisamente poco centrati, come la community per i venditori tim; altri invece decisamente appassionanti. Cito solamente quello di Banca Intesa Sanpaolo, che ha sviluppato internamente, grazie alla Direzione Sistemi Informativi, una piattaforma dove sperimentare e promuovere strumenti web 2.0 in ambito Intranet per migliorare la comunicazione interna e la capitalizzazione della conoscenza. Non si tratta solo di wiki e blog, naturalmente presenti, ma di un ambiente in stile SecondLife dove gli avatar dei dipendenti si incontrano per riunioni di lavoro.
Cosa che ha suscitato qualche sorriso, ma quando il relatore ha spiegato che oltre ad essere uno strumento inerno potrebbe diventare qualcosa di utilizzabile per i clienti le espressioni si son fatte più serie. Piacevolmente stupito, certo è che per sviluppare internamente strumenti simili servono ingenti capitali e forza lavoro, che una banca come Intesa SanPaolo non si fa mancare.

Molto meno coinvolgente è stata invece la tavola rotonda con i principali player del settore, nomi di tutto rispetto: Microsoft, IBM, SAP, Google, YooPlus.. Tutti avevano le soluzioni chiavi in mano per l’enterprise 2.0, ma non si è capito bene quali fossero. A parte Google e YooPlus, di cui si conoscono i servizi, per gli altri era più che altro una occasione per esserci, più che per proporre.

Il 18 marzo invece ero a Firenze, per assistere alla presentazione del libro “Open. Modelli di business per l’innovazione” di Henry Chesbrough, californiano occhialuto che ha sposato la causa della Open Innovation diventando il guru mondiale di una “disciplina” che in fondo non ha nulla di veramente innovativo. Il paradigma della open innovation prevede che ci siano uno scambio con l’ambiente esterno all’azienda per tutto ciò che riguarda i progetti di ricerca, così come la conoscenza o le persone.

Open Innovation

In buona sostanza, per innovare bene non ci si può chiudere in casa. Il merito di Chesbrough è semplicemente quello di aver coniato il termine giusto per descrivere un concetto quasi scontato, almeno per chi è nato con internet.

La lezione del professore è stata interessante, anche se come esempio di open innovation ha portato il solito “caso Ryanair”. Molto noioso invece tutto il contorno, dai saluti della presidentessa di Confindustria Toscana (sparita subito dopo l’intervento) all’introduzione del rettore della Scuola Superiore Sant’Anna. Così come gli interminabili interventi delle aziende partner/sponsor dell’evento. Tanto per citare i tre casi più emblematici:

  1. I servizi premium vodafone per il telefonino: qualcuno crede davvero che giochi java e suonerie siano il business del futuro?
  2. Trenitalia: non è per fare ironia, ma si fa veramente fatica a credere ai modelli di open innovation di una azienda che ancora non ha risolto problemi macroscopici come quelli dell’efficienza.
  3. Damiani gioielli: il fattore fortemente innovativo era quello di aver scelto celebrità e importanti personalità come testimonial, mentre si combattevano i copioni. Appunto, open innovation..

La morale è che questi incontri sono interessanti, ma se c’è da programmare il ritorno in treno nessuna paura se si perdono i pistolotti degli sponsor. Capisco le logiche di lobby, ma gli interventi (soprattutto quelli lunghi e fuori tempo massimo) sminuiscono il valore “scientifico” delle conferenze.
Resta il fatto che entrambe le occasioni sono state fonte di spunti e momenti utili per imparare qualcosa. Promosse entrambe, con riserva. Qualcun altro c’era? Impressioni?

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